Sto iniziando a scrivere questo post senza neanche sapere di cosa parlerò o come lo farò. So soltanto che oggi è il 12 luglio 2011 e che da domani farà il suo debutto nelle sale di tutta Italia l’ultimo film della saga che ci ha fatto compagnia per dieci anni: Harry Potter e i Doni della Morte – parte 2. Ho deciso di scrivere qualche riga perché negli ultimi mesi il mio attaccamento ai libri e ai film è diventato più profondo che mai e quindi mi è sembrato giusto “fotografare” questo momento che precede la fine di ogni cosa. Come mi sento in questo preciso momento? Mi sento triste ed euforico al tempo stesso. Tra pochi minuti sarà mezzanotte e il calendario arriverà puntuale a ricordarmi che il giorno tanto temuto è, infine, arrivato.

Guardarsi indietro a poche ore dalla fine è doloroso ma allo stesso tempo confortante. Quando ho conosciuto Harry avevo all’incirca 12 anni e da allora è sempre stato una presenza costante nella mia vita, un unico, grande film da vedere e rivedere, un unico, grande libro da leggere e rileggere, un frequentissimo argomento di conversazione che non era mai fuori luogo ma, soprattutto, un enorme specchio nel quale vedevo riflessa la mia adolescenza e che, inconsciamente, mi guidava e mi forniva degli insegnamenti preziosi mentre attraversavo gli anni più difficili nella vita di un essere umano. Mentre le conoscenze e le amicizie andavano e venivano, Harry era sempre lì, pronto ad accogliermi nel suo mondo, un mondo credibile e pulsante come il nostro ma di gran lunga più affascinante, un mondo che inizialmente attrae per i manici di scopa e per le bacchette ma nel quale la vera magia sono le persone e i rapporti che si instaurano tra di esse. Un unico, grande romanzo di formazione che ci fornisce uno spaccato della durata di sette anni sulla vita di un bambino orfano che, all’età di 11 anni, scopre di essere un mago. Ma la magia propriamente detta è solo un pretesto, è solo la facciata, perché mentre ci addentriamo nei libri e nella storia scopriamo che la vera magia non è quella ottenuta per mezzo di una bacchetta, la vera magia è l’amore (inteso anche nell’accezione più ampia di affetto) tra le persone. Un amore che, sopravvissuto alla morte, salverà il mondo.
E proprio a proposito di morte, cos’è questa saga, se non un grande insegnamento sull’accettazione della morte? La morte, tanto quanto la magia, è l’elemento più importante di questi sette, meravigliosi libri. Una morte che all’inizio appare lontana, poi incredibilmente vicina e quindi spaventosa ma con la quale alla fine riusciamo ad unirci per riemergerne vittoriosi, più forti di prima. «Per una mente ben organizzata, la morte non è che una nuova, grande avventura». All’inizio Harry è un bambino qualunque che tuttavia non ha mai fatto i conti con la morte dei propri genitori. Come succede a molte persone, ha preferito seppellirli nel suo subconscio fino a quasi idealizzarli. Tutto questo sarà letteralmente stravolto quando Harry incontrerà Silente (senza dubbio il migliore personaggio della saga) e quando sbircerà nei ricordi di Piton, durante il suo quinto anno a Hogwarts. Dal viaggio all’interno del pensatoio, Harry imparerà ad accettare l’idea che suo padre possa non essere l’uomo perfetto che si è immaginato per 15, lunghi anni, che suo padre è una persona e come tale è fatto di luci ed ombre, di pregi e di difetti. Il secondo insegnamento, quello più grande, proviene comunque dal vero mentore di Harry: Albus Silente. Come si può esprimere tutto ciò che questo personaggio rappresenta? Stavo per scrivere “impossibile” ma, ripensandoci, è sufficiente dire che quasi tutti gli insegnamenti che ho ricavato da questa saga provengono da lui. L’importanza dell’amore e l’accettazione della morte su tutte. Sono insegnamenti che hanno a che fare con cose che sentiamo così vicine da sembrare banali, eppure sono di un’importanza cruciale, soprattutto perché sono ottenuti con dolore e con enormi sacrifici. La «passeggiata» di Harry verso la propria fine è probabilmente il momento più alto che questa saga decennale abbia raggiunto. Harry capisce di doversi sacrificare per il bene superiore e grazie agli insegnamenti di Silente è pronto a farlo. Non esita un attimo a gettarsi tra le braccia della morte. Gli opposti che si incontrano. Il bianco e il nero che finalmente diventano un tutt’uno. E’ necessario unirsi alla propria ombra, diventare un tutt’uno con la propria nemesi per poter rinascere dalle ceneri come una fenice.
Ed è proprio da questo confronto finale che scaturisce la grandezza dei libri e la genialità della Rowling. Probabilmente in un film di Hollywood la vittoria di Harry su Voldemort sarebbe stata il frutto di uno scontro all’ultimo sangue e avrebbe decretato Harry Potter come il mago più potente del mondo (lo scrivo perché mi è stata direttamente posta questa domanda: «Harry alla fine è il mago più forte del mondo?»). No. No! Cento volte no. Qui non siamo ad Hollywood e a farla da padrone sono valori ben più nobili ed elevati. Harry non è un eroe, sebbene alla stampa di tutto il mondo piaccia tanto questo termine. Harry alla fine del settimo libro è un mago come molti altri, sicuramente meno bravo di Hermione e più bravo di altri. Ciò che importa veramente è quanto sia stato coraggioso, leale e come alla fine sia diventato un’ottima persona. Come (quasi) tutti i personaggi, comunque, anche in Harry convivono luci e ombre. Nel quinto libro abbiamo assistito a un Harry tormentato, un Harry furioso che arrivava addirittura ad avere istinti omicidi nei confronti delle persone che lo circondavano e che rischiavano la vita per salvare la sua. Ma ciò che conta è che alla fine sia riuscito ad accettare le ombre e a trarre da loro la propria forza. Quando Harry e Voldemort si scontrano per l’ultima volta, assistiamo davvero ad uno scontro tra opposti, uno scontro tra il bianco e il nero, uno scontro in cui il nero è sempre stato nero ma il bianco ha dovuto patire le pene dell’inferno per diventare candido. Candido. Candidus. Sapevate che il latino ha due parole diverse per indicare il bianco? Una è “candidus”, che indica un bianco immacolato, perfetto, l’altra è nientepopodimeno che “albus”. Albus! Silente! Come accade praticamente sempre nei romanzi della Rowling, i nomi dicono molto delle persone e questo “albus” ha un significato ben preciso e ambivalente. Da una parte abbiamo la purezza del bianco, ovvero l’immagine che noi abbiamo di Silente per cinque libri, dall’altra ci viene suggerito che non si tratta di un bianco splendente e candido, ma di un bianco opaco. Ed è proprio così che ci appare il nostro mentore l’ultima volta che lo vediamo in un’eterea stazione ferroviaria. Opaco, spento. Non è più la figura perfetta e irraggiungibile di una volta (come può esserlo un Gandalf), ma è più che mai un essere umano, una persona molto anziana, ricca di rimpianti e che porta sulle spalle il peso di una vita intera, una vita incredibilmente lunga e intensa. La cosa più geniale di tutto ciò, è che per cinque libri abbiamo avuto una figura quasi perfetta ed idealizzata. Poi, improvvisamente, nel sesto libro è comparso un punto nero su questa superficie bianca (la mano annerita) ma è solo dopo la sua morte che ci vengono rivelati i segreti più oscuri, quei segreti che dall’olimpo hanno fatto sì che Silente cadesse rovinosamente a terra arrivando a “tradire” Harry sul piano personale. Ma è proprio qui che sta la grandezza del personaggio. Proprio come succede a Harry, io sono convinto che per diventare completamente bianchi, per diventare migliori, sia prima necessario essersi “sporcati” con il nero, aver accolto dentro di se l’ombra ed essere stati in grado di espellerla con le proprie forze. Ecco perché Harry e Silente sono due grandissimi personaggi, due colonne portanti accomunate da un essere vivente il cui valore simbolico ne supera di gran lunga l’effettiva utilità ai fini della storia. Sto parlando di Fanny, la fenice di Silente che ha fornito la piuma che costituisce il cuore della bacchetta di Harry. Sia Harry che Silente sono una fenice che vive una vita lunga/intensa ma che ad un certo punto deve bruciare, annientarsi, diventare cenere. Solo in questo modo potrà rinascere più grande che mai, più saggia che mai. Siamo partiti con il termine “banale” e guardate dove siamo arrivati. Non so voi, ma la grandezza di tutto ciò mi fa sentire davvero piccolo. La verità è che questi libri sono immensi. Checché ne dicano i nostri giornalisti (giornalai) snob, Harry Potter è la dimostrazione che la popolarità e i fenomeni di massa a volte possono anche nascondere un grande valore letterario e dei grandissimi insegnamenti. Forse si tratta dell’eccezione che conferma la regola ma è pur sempre la realtà dei fatti.
E’ tristissimo che i film (per quanto copie sbiadite dell’originale) stiano finendo. E’ davvero tristissimo sapere che domani a quest’ora starò vedendo l’ultimissimo film della serie ma come ha detto Daniel Radcliffe, la storia vivrà per sempre dentro di noi. E non sto parlando degli splendidi ricordi che comunque non dimenticherò mai. Sto parlando di come la Rowling con questi sette romanzi abbia cambiato la vita di molte persone. Sembrerà un’esagerazione ma io sono maturato moltissimo grazie ai suoi libri. Essere stato praticamente un coetaneo di Harry mentre la storia si sviluppava è stato bellissimo: mi sono sentito incredibilmente fortunato e molto vicino al ragazzo con gli occhiali e la cicatrice a forma di saetta sulla fronte, quel ragazzo che in alcuni momenti mi ha aiutato a superare delle difficoltà e che, pur vivendo un’avventura straordinaria, non era poi tanto diverso da me. Anche lui era pieno di timori e di insicurezze, anche lui era timido ed impacciato ma alla fine, fianco a fianco, abbiamo superato i tanti ostacoli che la vita di tutti i giorni ci pone davanti e siamo entrambi diventati migliori: due ragazzi pronti a varcare la soglia dell’età adulta. Grazie Harry. Grazie Jo. Tutto questo lo devo a voi.




Condivido tutto quello che hai scritto. Bellissima l’analisi su Silente. Non riesco a commentare propriamente perché tra lacrime e magone sto cercando di evitare i più semplici errori grammaticali. I’ve stuck with Harry until now, and I’m going to continue, until the very end.
Bellissima analisi ti faccio davvero i complimenti, analisi molto personale e accompagnata da sensazioni e sentimenti intimi. La penso come te su molte cose, non nello specifico dell’opera, ma piùttosto su come ogni pubblicazione possa essere parte integrante di un individuo, che ne sia l’autore o un mero utente di essa.
Bellissimo intervento! Davvero emozionante e condivisibile in tutte le sue parti. Sei riuscito ad esprimere benissimo la complessità di quest’opera e la sua profondità. Un ottimo modo per salutare una delle saghe letterarie e cinematografiche che ci hanno accompagnato nella nostra adolescenza. Condivido tutto e mi unisco a te nel ringraziare la zia Jo per quello che ha saputo donarci.
…veramente interessante e profondo.
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