Feeds:
Articoli
Commenti

Toh!

Riuscirò mai a farmi perdonare quattro mesi di assenza?  A voi la scelta. Stavolta, però, credo di avere un alibi. Anzi, ne ho due:

1) La tesi. Ho dato l’ultimo esame a metà giugno e nel mese di agosto ho iniziato a lavorarci. L’idea iniziale era di laurearmi a novembre ma tra una cosa e l’altra (vedi il punto 2) la stesura della tesi ha subito forti rallentamenti e alla fine ho deciso di fare le cose con calma* e di rimandare tutto a febbraio. Devo dire che trovare un relatore è stata un’impresa estenuante e che anche questo ha contribuito a farmi perdere del tempo prezioso. Oggi, in data 8 novembre 2011, ho scritto un paio di capitoli ma la strada è ancora (molto) lunga. Sigh!

*è già novembre, porca vacca!

2) Il lavoro. Eh già [nessuna cit. a vecchi "rocker" ubriaconi]. Dicevamo? Ah sì, il lavoro. Dovete sapere che nel giro di qualche settimana la mia vita è cambiata radicalmente. Circa un anno fa avevo inviato un curriculum a Blockbuster e a fine agosto mi hanno chiamato per l’assunzione. Adesso passo gran parte delle giornate fuori casa, se non sono a lavoro sono in giro (non voglio limitarmi a lavoro->casa->casa->lavoro) e il tempo da dedicare al blog e a internet in generale è davvero scarso. Il lavoro mi piace e mi trovo molto bene (senza contare che mi sta aiutando a superare molti problemi di timidezza e insicurezza) ma il non avere tempo per dedicarmi ai miei hobby è una cosa che mi fa imbestialire. Da quando ho iniziato a lavorare non ho più scritto un post sul blog, non ho più preso in mano la chitarra, non mi sono più seduto al pianoforte, non sono più riuscito a leggere un libro e ho trascurato molto anche la mia passione per la fotografia. Mi mancano molto quelle giornate vuote (anche una ogni tanto) in cui potersi dedicare completamente a un hobby. Ci sono molti libri che mi piacerebbe leggere ma non li compro perché so che tanto non avrei tempo e quelli che sono in fila sul comodino purtroppo restano lì. Mi piacerebbe tornare a scrivere di cinema, anche perché se c’è una cosa che riesco a permettermi (e che faccio molto spesso, molto più di prima) è proprio andare al cinema. Ci sono molti film che ho visto e di cui mi piacerebbe parlare (Drive, Melancholia, A Dangerous Method, Carnage, Tin Tin, This must  be the place e molti altri) ma davvero non riesco a trovare il tempo e la concentrazione per sedermi al computer, staccare il cervello e scrivere quello che mi passa per la testa. D’altra parte, guadagnare soldi è bello. Sarà poco elegante da dire ma sarebbe anche da ipocriti affermare il contrario. Il punto è se ne vale la pena. Spero solo che con il tempo riuscirò a conciliare il tutto. Mi manca la vita da nerd!

Sto iniziando a scrivere questo post senza neanche sapere di cosa parlerò o come lo farò. So soltanto che oggi è il 12 luglio 2011 e che da domani farà il suo debutto nelle sale di tutta Italia l’ultimo film della saga che ci ha fatto compagnia per dieci anni: Harry Potter e i Doni della Morte – parte 2. Ho deciso di scrivere qualche riga perché negli ultimi mesi il mio attaccamento ai libri e ai film è diventato più profondo che mai e quindi mi è sembrato giusto “fotografare” questo momento che precede la fine di ogni cosa. Come mi sento in questo preciso momento? Mi sento triste ed euforico al tempo stesso. Tra pochi minuti sarà mezzanotte e il calendario arriverà puntuale a ricordarmi che il giorno tanto temuto è, infine, arrivato.

Continua a leggere »

Lo so. Ormai questo blog è diventato una lista infinita di post in cui io mi scuso per aver trascorso molto (troppo) tempo senza pubblicare niente. Qual è la scusante stavolta? Perché state pur tranquilli che una c’è sempre!  Dunque, stavolta la mia scusa ha il nome di Potterologia. Cos’è Potterologia? Lascio che siano gli ideatori del progetto a spiegarvelo:

Sono ormai molti i volumi in lingua italiana, originali o tradotti, sul variegato mondo di Harry Potter. Un parco autori piuttosto vasto dove, però, ognuno è un’isola a sé. Perché, allora, non fare ciò che, pottericamente, sinora non era mai stato fatto nel nostro Paese? E cioè chiamare a raccolta una decina fra gli esperti della materia, a combinare empaticamente le forze in unico volume dal contenuto eterogeneo, con scelta del tema a discrezione degli interessati? In sostanza, creare una specie di puzzle all’inverso, dove in partenza si conoscono solo le singole tessere, ma non si saprà che disegno andranno a comporre finché non si saranno incastrate le une nelle altre…

In altre parole, si tratta di una raccolta di dieci saggi, scritti da autori diversi, dove si analizzano tutte le varie sfaccettature che hanno contribuito al successo dei libri della saga di Harry Potter. Cosa c’entro io con tutto questo? C’entro perché per ingannare l’attesa (il libro sarà in vendita dal 3 ottobre 2011) l’editore (o chi per lui) ha deciso di promuovere dei concorsi, il primo dei quali consisteva nella redazione di un elaborato dal titolo “Un’esperienza meravigliosa che non avrei vissuto senza Harry Potter”. Ovviamente non mi sono lasciato scappare l’occasione di mostrare il mio attaccamento quasi patologico a questa saga e così ho proposto il mio scritto. Ho dovuto stringere molto… fosse stato per me avrei scritto qualcosa come cento pagine ma purtroppo c’era il limite di due cartelle e quindi la fatica più grande è stata concentrare dieci anni di emozioni in quelle due pagine scarse. In palio c’era una copia del libro e… beh, in poche parole me la sono aggiudicata io! :D Questo è il mio elaborato:

Mi viene chiesto di descrivere un’esperienza meravigliosa che non avrei vissuto senza Harry Potter. Probabilmente sarebbe stato più facile immaginare come sarebbe stata la mia vita se fossi nato nel medioevo, nell’ottocento o in un futuro distopico. Pertanto inizio dicendo che non mi è possibile ricondurre Harry Potter ad una sola esperienza perché la mia vita è stata completamente stravolta da questi libri. Non sto esagerando, ve lo garantisco. (continua sul blog di Potterologia…)

THE TREE OF LIFE

E’ davvero difficile recensire un film del genere, un film così potente, filosofico e per il quale avevo enormi aspettative. Dopo la presentazione al festival di Cannes è già stato detto di tutto e la critica si è spaccata tra chi lo ha fischiato, chi lo considera un capolavoro e chi è rimasto in silenzio, in meditazione. Io mi trovo a metà tra queste ultime due categorie di persone.

 Voglio cominciare dicendo che non posso ritenermi un grande estimatore di Terrence Malick, un regista  poco convenzionale, che fa un film ogni morte di papa, che si rifiuta di comparire in pubblico e che è venerato dai suoi fan. Tra i suoi film ho visto solo La sottile linea rossa e The new world – Il nuovo mondo. Li ho apprezzati entrambi e anche se quando ho visto The new world (prima dell’altro) non avevo la minima idea di chi fosse il regista, ho percepito subito che si trattava di una persona molto particolare. Poi quando è iniziato ad uscire il materiale per The tree of life ho recuperato anche La sottile linea rossa e ho trovato una conferma: il film mi è piaciuto molto; non mi ha fatto impazzire ma ho apprezzato la notevole sensibilità di chi c’era dietro e ho capito che le premesse per il prossimo film erano ottime. Così, dopo mesi e mesi di attesa, mesi in cui ho rivisto il trailer praticamente ogni giorno, è finalmente uscito nelle sale (pochissime, ahimè) The tree of life.

Ho letto commenti di persone che non riuscivano a dare un voto al film perché per loro è stato un’esperienza mistica che trascende la semplice valutazione che va da 1 a 10. Personalmente ritengo tutto ciò un’esagerazione. Il film è decisamente poco convenzionale e molto intenso ma io un voto potrei darglielo tranquillamente. Nelle recensioni si è parlato molto di 2001: odissea nello spazio. Ecco, quello è un film che trascende la sempliciotta scala di valori nella quale rientrano praticamente tutti i film che io abbia mai visto in vita mia. Quello non è neanche un film, è un trattato di filosofia, un viaggio che sconvolge nel vero senso della parola e per il quale molti (me compreso) non sono ancora pronti. The tree of life cita apertamente il capolavoro di Kubrick in diversi momenti e la cosa non mi ha dato per niente fastidio, anzi, però per quanto possa essere bello e intenso (e vi assicuro che bello e intenso lo è davvero!) non arriva ad essere un viaggio di quella portata, un’esperienza così innalzante.

L’ultima fatica di Malick è un film sicuramente poco convenzionale e poco commerciale (quando mai Malick lo è stato?). E’ un film che tratta tematiche profonde in modo incredibilmente delicato e che probabilmente troverà molti impreparati. Io ho apprezzato molto il film, a tratti mi ha fatto commuovere e per praticamente tutta la durata mi sono ritrovato a bocca aperta, ad ammirare estasiato lo spettacolo che mi passava davanti agli occhi. Tuttavia non posso biasimare coloro a cui il film non è piaciuto: se non si ha una certa predisposizione per le tematiche trattate, se non si condivide la sensibilità e l’amore di Malick nei confronti della natura (che qui diventa un vero e proprio attore protagonista), allora il film può effettivamente risultare eccessivamente lungo e un po’ noioso. Per me, comunque, non è affatto stato così.

Il film può spiazzare perché essenzialmente rompe gran parte degli schemi e delle consuetudini a cui siamo abituati: il legame tra la storia dell’universo e la storia della famiglia protagonista è sottile, sottilissimo, e in sala molte persone non hanno apprezzato né le bellissime immagini del cosmo, né l’indiscutibile poeticità dei dinosauri. Purtroppo in un mondo come quello odierno che gira veloce come una centrifuga sono poche le persone che riescono ad isolarsi, a lasciarsi andare alle emozioni e a saper apprezzare qualcosa che vada oltre la consuetudine, oltre ciò che ci viene spiattellato davanti ogni giorno. Non molti sono stati in grado di apprezzare due ore e mezza di preghiera. Ok, non sono molto originale (in questi giorni l’hanno detta tutti questa cosa) ma il film è effettivamente un preghiera corale e individuale al tempo stesso, una preghiera che si rivolge apertamente a Dio per porgli le domande che tormentano da sempre l’umanità. La cosa che ho trovato più interessante, comunque, è il modo in cui Malick approccia la storia: il film ci mostra la storia dell’universo, dagli inizi fino alla fine, passando per i dinosauri e per l’uomo. Ci viene mostrato il tutto con una concezione molto relativistica: l’uomo non è il centro di un bel niente e Malick ne mantiene sempre un certo distacco. Per gran parte del film ci viene mostrata la vita della famiglia perché è così che deve essere (e qui un compromesso per andare incontro al pubblico secondo me c’è stato, a differenza di quello che affermano in molti, ovvero che questo regista non sa conciliare la sua arte con i gusti del pubblico) ma un albero, un invertebrato, un dinosauro, l’acqua e la vegetazione sono importanti tanto quanto il personaggio di Jack. Malick ci comunica che noi facciamo parte del tutto e che la nostra natura non è molto diversa da quella di una farfalla, di un albero o anche da quella di un dinosauro che risparmia la sua vittima. Insomma, ci si concentra sugli esseri umani per ovvi motivi ma tutto è centrale in questo film, tutto è finalizzato a comunicare un messaggio e tutto è strettamente collegato. Il bello è che quello che per alcuni può essere un difetto del film, ovvero un po’ di freddezza, per me rientra perfettamente in quella che secondo me è la visione del regista. L’uomo non è altro che un momento, un battito di ciglia nella storia dell’universo, qualcosa che è comparso milioni di anni fa e che prima o poi è destinato ad estinguersi, lasciando solo qualche traccia così come è successo con i dinosauri. Il bello, dicevo, è la visione super partes  che Malick ci dà di tutto questo, dando all’uomo la stessa importanza che viene data ad un mollusco o ad un dinosauro e rappresentandolo con lo stesso, naturale, distacco, perché se è vero che il bacio di una madre al figlio può avere la forza di due pianeti che collidono, è vero anche che tutto fa parte di un qualcosa che è infinitamente più grande e che noi non riusciamo neanche ad immaginare. Ed ecco cheil bacio di una madre o la collisione di due pianeti sono allo stesso tempo qualcosa di immenso e di minuscolo. E qui giungiamo al punto fondamentale del film, ovvero il rapporto tra micro e macro. Se da una parte abbiamo la storia dell’universo (quindi un macro, che più macro non si può), dall’altra abbiamo la storia di una famiglia, ma una storia molto esile, molto contenuta. Uno spaccato di vita che è un niente in confronto al tutto che c’è dall’altra parte ma che è fatta di piccole, grandi cose. In tutto ciò si inserisce la caratteristica che adoro di più in Malick: l’amore spassionato e divorante per la natura, per il mondo, per la vita, un amore che buca lo schermo più di qualsiasi film in 3D che io abbia mai visto (coff coff!). Anche io, come Malick, sono follemente innamorato della natura e se lo siete anche voi allora vi ritroverete ad adorare questo film, in cui ogni immagine ha  un senso, ogni inquadratura comunica qualcosa e in ogni scena c’è un “dettaglio” che lascia completamente sbalorditi. Malick, con l’aiuto indiscutibile del direttore della fotografia (al quale auguro una vita lunga e felice, Dio lo benedica! Io muoio ogni volta che vedo la scena delle ombre sull’asfalto), riesce a regalarci due ore e mezza di inquadrature sbalorditive, dove un semplice albero o un grattacielo ti fanno venire i brividi lungo la schiena. E badate bene! Il film non è solo immagini da wallpaper, nel film c’è molto altro che io sto cercando di illustrarvi in questa misera recensione che sinceramente mi sembra impallidire vergognosamente se penso al film a cui fa riferimento.

Altra nota sicuramente positiva è la colonna sonora del grande Alexandre Desplat, che mischia capolavori della storia della musica a composizioni nuove di zecca ma che, nel contesto, non sfigurano affatto. Per quanto riguarda il cast, mi ha fatto molto piacere scoprire la bellissima e bravissima (e perfetta per la parte) Jessica Chastain, mentre Sean Penn non ha molto spazio per brillare e Brad Pitt non aggiunge molto a ciò che ci aveva già mostrato in passato (che comunque non era niente di sconvolgente). Comunque, se c’è una cosa che non mi ha convinto in alcuni punti è la sceneggiatura: la preghiera del bambino protagonista che si protrae per quasi tutto il film mi è sembrata a tratti innaturale, artificiosa, costruita. Potrebbe essere frutto di una persona adulta ed estremamente sensibile ma non di un bambino di quell’età. Sarà una sciocchezza ma questa cosa l’ho notata spesso. I bambini sono diretti perfettamente e il protagonista regge sulle sue spalle quasi tutto il film ma spesso gli hanno messo in bocca frasi troppo alte, che secondo me sono l’unica, piccola sbavatura. Il resto è un tripudio pulsante di emozioni e di vita, una vita composta dalla natura e dalla grazia, dal bianco e dal nero, due elementi che inizialmente si ignorano, poi si scontrano e alla fine si ritrovano ad essere le due facce di una stessa medaglia. Non è proprio originalissima come idea ma se per realizzarla si usano i mezzi che ha usato Malick, allora mi va più che bene!

Tempo fa vi avevo parlato di un progetto che stavo portando a termine e che avrebbe visto la luce nel giro di poche settimane. Purtroppo i tempi si sono un po’ allungati, come spesso succede, ma alla fine ce l’ho fatta. Insieme a Okrim, webmaster di Portus, mi sono preso l’incarico di tradurre e sottotitolare l’intervista a Jo Rowling condotta da Oprah. Visto che la sottotitolatura del discorso ad Harvard mi era piaciuta e mi aveva divertito molto, ho deciso di ripetere l’esperimento, stavolta facendomi affiancare da un altro grande appassionato di Harry Potter. Stiamo parlando della Rowling quindi non c’è bisogno di dire che il video è molto bello e illuminante. Godetevelo e basta.

Oprah: Quali sono le tue certezze?

Rowling: So con certezza che l’amore e l’affetto per una persona sono la forza più potente in assoluto. E ricordo di averlo pensato l’11 settembre, perché nei momenti più drammatici le persone si telefonavano ed esordivano più o meno allo stesso modo: “voglio confessarti un’ultima cosa prima di morire: ti voglio bene”. Cosa c’è di più potente? Di cos’altro abbiamo bisogno? Oltre la paura, oltre la morte…

p.s. Dal momento che l’intervista è divisa in sei parti, cliccando sul video qui sopra dovrebbe partire una playlist. Se alla fine del primo video non dovesse caricarsi automaticamente il secondo cliccate qui.

Articoli precedenti »

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.