Ormai sono passati ben due anni dall’uscita nelle sale di Harry Potter e l’Ordine della Fenice. Durante questi interminabili giorni sono state tante le critiche, gli elogi, le speranze e i sospiri che hanno accompagnato tutti i fan della serie. Personalmente, quando partirono i titoli di coda del quinto capitolo della saga ero felice e allo stesso tempo commosso: il film mi era piaciuto molto ma bastò poco per rendersi conto che la maggior parte della gente non la pensava come me. Tra molti fan prevaleva lo sconforto per la riconferma del regista, io ho sempre continuato ad avere speranze per il futuro, anche se le paure erano molte, dal momento che il successivo capitolo che sarebbe stato adattato, Il principe mezzosangue, era di gran lunga il mio preferito. Il conto alla rovescia è stato uno dei più sospirati che io ricordi e, alla fine, vedere il logo della Warner avvicinarsi tra le nuvole per la sesta volta è stato un vero sollievo: comunque si tratta di Harry Potter; bello o brutto che sia, è Harry Potter!
Ora, comincerei questa recensione con gli aspetti negativi del film che essenzialmente sono due ma che hanno grandi ripercussioni: la sceneggiatura e il montaggio. Nel quinto episodio, l’Ordine della Fenice, la sceneggiatura era stata affidata a Michael Goldenberg e il suo lavoro, seppur con qualche dettaglio lasciato in sospeso, filava liscio come l’olio. Nel principe mezzosangue si è deciso di tornare indietro mettendo lo script nelle mani di Steve Kloves.
E in effetti si è tornati indietro, in tutti i sensi! La mania di Kloves per le scene demenziali e per i personaggi “macchiettistici” è tornata a colpire di brutto. I momenti sentimentali occupano gran parte delle scene ambientate ad Hogwarts, tanto che durante l’intervallo viene da chiedersi se quella che vediamo sia effettivamente una scuola di magia o un posto in cui dare sfogo alle proprie tempeste ormonali: le lezioni non esistono, i ricordi riguardanti Tom Riddle si limitano a due e tutto ruota intorno alle love-stories che, da sottotrame, passano ad essere il motivo portante del film. Anche se Kloves tenta di tutto per discolparsi, è ormai evidente che le sue capacità di sceneggiatore sono piuttosto limitate e se si analizza il Principe mezzosangue solo come trasposizione libro/film è evidente che questa sia, almeno in parte, fallita. A parte quelli presi di sana pianta dal libro, i dialoghi che veramente restano impressi sono, purtroppo, pochi e alcune scelte sono inspiegabili. Basta prendere l’attacco alla Tana per rendersi conto del lavoro pietoso svolto da Kloves: la scena è, infatti, innocua dal punto di vista registico ma quando finisce viene da chiedersi “e allora?”, non ha uno scopo e non è contestualizzata: dal punto di vista della sceneggiatura è un vero e proprio passo falso. Ma non voglio tirarla tanto per le lunghe, per ora dico solo che Kloves è il primo membro della crew che andrebbe rimpiazzato immediatamente. Purtroppo sappiamo che questo non succederà mai e l’unica cosa che può consolarci è che nei Doni della Morte non ci sarà spazio per la parte comico-sentimentale: voglio proprio vedere come se la caverà.
Passando al montaggio, Day migliora nettamente rispetto all’Ordine della Fenice ma trovo che abbia ancora dei passi da gigante da fare per raggiungere buoni livelli: tanto per cominciare dovrebbe imparare a montare le musiche nelle scene d’azione e, inoltre, dovrebbe evitare tagli troppo bruschi che fanno letteralmente cadere le braccia, ma questa è anche colpa della sceneggiatura.
Tuttavia la grande svolta rispetto ai film precedenti si ha nella fotografia che, seppur meravigliosa, mi ha lasciato qualche dubbio. Voglio precisare che questo aspetto è uno dei punti di forza del film e che il modo in cui sono assemblate alcune inquadrature mi ha davvero stupito, però ad essere sinceri mi ero immaginato qualcosa di diverso. Come ho già detto, il libro è uno dei miei preferiti e, leggendolo, mi ero immaginato un’atmosfera completamente diversa: Il sesto è di gran lunga il libro più dark di tutta la saga e, dal film, mi sarei aspettato un’atmosfera simile a quella del Prigioniero di Azkaban: molto più dark di quella che in realtà ci hanno proposto. Queste erano le mie aspettative, eppure al cinema ho trovato una fotografia che, come ho già detto, è bellissima ma troppo luminosa, tanto che in alcuni momenti mi sono tornati in mente i primi due film. Tuttavia sono rimasto davvero stupito dal modo in cui è stato gestito questo aspetto nella bellissima scena della caverna, in cui, nei momenti più tragici, i colori si spengono e si ha come l’impressione di vedere un bianco e nero: una scelta davvero ottima e che condivido al 110%.
Cosa dire del tanto dibattuto regista? Sono sempre stato un sostenitore di Yates e, anche se questo film ha alcuni difetti, è più che evidente che la colpa non è la sua ma delle due persone sopra citate. Il quinto film, anch’esso con i suoi problemi, mi era piaciuto molto e da questo sesto capitolo mi aspettavo davvero tanto. Molti sostenevano, e continuano a sostenere, la necessità di licenziare Yates per salvare la saga. Da parte mia, quando ancora non avevo visto questo film, ero molto fiducioso per i Doni della Morte, ma adesso? Diciamo che questa fiducia è venuta un pò meno, ma il motivo non è affatto Yates, lui va bene, i motivi sono Kloves e Day che, insieme, potrebbero rovinare anche un film diretto da un premio Oscar. Dal punto di vista registico Il principe mezzosangue è un film discreto, ricco di particolari e rimandi che riescono a strappare svariati sorrisi di consenso da parte dei fan e che, di conseguenza, fanno ben sperare per il futuro.
Per quanto riguarda le prove del cast si sapeva che Tom Felton è il migliore tra i giovani e, in effetti, lo ha confermato ma mi è dispiaciuto moltissimo il fatto che il suo copione si limiti a un paio di battute ad inizio film e un paio di battute alla fine. In poche parole, non hanno sfruttato a dovere le sue doti. Allo stesso tempo, ho notato con piacere che il trio ha compiuto un bel passo in avanti: Emma Watson sembra, finalmente, essersi calmata, tornando ad interpretare una
Hermione piuttosto credibile, Rupert Grint è nato per essere un attore comico e, infatti, l’obiettivo del suo personaggio in questo film è proprio quello di far ridere e Daniel Radcliffe continua a migliorare anche se ancora non è pienamente convincente. Inutile dire che le prove degli adulti sono tutte degne di nota ma, in particolare, a spiccare è Michael Gambon che, finalmente, incarna il vero Silente creato dal genio della Rowling e fuga tutte le paure che in molti avevano relativamente alle scene cruciali di questo film.
I personaggi principali sono ben caratterizzati e la nascente relazione tra Ron e Hermione, anche se leggermente accentuata rispetto al libro, funziona bene. Il bacio tra Harry e Ginny è, a mio avviso, una scena pienamente riuscita grazie alla colonna sonora, ad una bellissima inquadratura e a dei bei dialoghi. A proposito di colonna sonora, ho trovato questo aspetto della pellicola anni luce lontano rispetto a quello dell’Ordine della Fenice e comincio a pensare che, anche se Williams si rifiuterà di tornare per i Doni della Morte, Hooper ci regalerà lo stesso delle belle emozioni, basti pensare alle tracce relative al funerale di Aragog, alla morte di Silente e, come già detto, alla scena del bacio.
In questo sesto capitolo si assiste finalmente all’ultimo ritorno del gioco più famoso e in voga nel mondo dei maghi: il Quidditch. La partita è piuttosto avvincente ma non ho potuto fare a meno di notare un difetto: qualcuno ha visto Harry? Dov’è il cercatore che è passato alla storia per essere il più giovane da un secolo? E’ vero che il match è incentrato intorno a Ron ma mi è dispiaciuto non vedere Harry. Per quanto riguarda i ricordi, ho trovato quello in cui il giovane Voldemort chiede degli Horcrux a Lumacorno davvero notevole. Durante quella scena in sala è calato il gelo e l’effetto sonoro associato alla voce di Tom Riddle è sensazionale, per non parlare della glaciale fotografia.
Per finire vorrei parlare brevemente delle scene che mi hanno maggiormente colpito. La prima è il discorso di inizio anno da parte di Silente, in particolare grazie alla meravigliosa soundtrack “in noctem”. La seconda è il dialogo riguardante Lily tra Harry e Lumacorno: una scena molto intensa e molto poetica con uno scambio di battute che resterà tra i migliori della saga. La terza riguarda il momento in cui Silente parla degli Horcrux ad Harry (con tanto di allungamento della mano verso la cicatrice) e poi ci sono le parti clou del film: la caverna, la torre e la fuga del Principe. La caverna è perfetta, anche se un pizzico di musica in più nel momento in cui Harry viene trascinato in acqua dagli inferi avrebbe reso la scena estremamente più efficace. La torre è da brividi e in particolare ho apprezzato molto il doppiaggio di Piton quando scaglia la maledizione e la fuga del Principe, seppur privata della battaglia dentro Hogwarts e quindi un poco credibile, è molto bella e drammatica. Bellissimo anche il modo in cui Harry si dispera davanti al cadavere di Silente: Yates è riuscito a creare una via di mezzo tra la tragedia greca che abbiamo visto per la morte di Diggory e l’indifferenza totale che ha seguito la morte di Sirius, e sappiamo tutti che le vie di mezzo sono sempre le scelte migliori. Il film guadagna inoltre moltissimo per la fantastica scena finale, che sembra davvero uscita dalle pagine del libro grazie al volo della fenice, grazie al trio riunito e pronto per la grande avventura finale e grazie alla la meravigliosa frase che conclude il film: “non mi ero mai accorto di quanto fosse bello questo posto”. Tutto sommato mi ritengo soddisfatto.